C’era una vita – I

mano-nella-mano

Avevo riposto tutte le ultime speranze in quel colloquio di lavoro, non so nemmeno per quale motivo. Forse mi serviva ancora una speranza, un’ancora di salvezza da vedere in lontananza e a cui mirare. Invece si è rivelato l’ultimo appuntamento di una vita che tutto sommato ha portato solo grandi sofferenze. Una vita che mi aveva fatto stare al mondo in piccoli, brevi, spazi di tranquillità, inframezzati da lunghi e decisi momenti di crisi e tristezza. Le persone cui mi ero aggrappato di volta in volta si erano poi rivelate il contrario di come inizialmente apparse.

Capita a tutti, mi ero detto, ma io avevo una percentuale del cento per cento. Nemmeno una persona, fra le tante, mi era rimasta vicino, o aveva dato un minimo di parvenza almeno apparente. Tranne Anna, ovviamente, ma purtroppo l’avevo incontrata troppo tardi, nella mia vita.

A Roma c’ero arrivato senza un vero e proprio motivo, piuttosto non sopportavo più di stare nelle colline che pur avevo scelto io per aprire un agriturismo semplice, ma che non offriva altro che cibi di stagione. Troppo poco per il palato da assidui spettatori di Masterchef della maggior parte dei clienti milanesi che arrivavano fino a Varzi, un viaggio nello stretto lembo di terra lombarda al confine con Liguria, Piemonte ed Emilia. Dopo sforzi di ogni tipo, sudore d’estate e brividi in inverno, e vera e propria fatica fisica a cui chi è nato in città non riesce del tutto ad abituarsi, il progetto era fallito. Nessuna soddisfazione per tanta attività, nemmeno una stretta di mano e un complimento, se non da un paio di avventori abituali. La vita in quel periodo mi ricordava una giornata di nebbia, era sfuocata e riuscivo difficilmente a ricordare facce, luoghi, figure intere. Ogni tanto mi passava per la mente un episodio, un momento, ma nessuno mi sembrava potesse giustificare la scelta fatta, andando via dalle comodità di Milano, dalla vita mediocre che mi stavo costruendo attorno.

Ogni tanto mi appariva l’espressione di un vicino di casa, o di uno dei molti datori di lavoro, rigorosamente in nero, che mi aiutavano a sbarcare il lunario e pagare le bollette, specialmente prima di avere le licenze per l’agriturismo, tanto attese e seguite per anni. Ora sembra diventato tutto più semplice, ma in quel periodo degli anni novanta, in quella zona, un agritur era una discreta novità. Come è immaginabile gli uffici non erano pronti alle domande, non avevano la modulistica, rimandavano dalla Regione alla Provincia, e da questa al Comune, per un rimpallo di autorizzazioni e documenti di ogni tipo.

Di tanto in tanto mi rincorrevano nella memoria quelle giornate di freddo ghiacciato fuori, e di inutile e passiva permanenza vicino a una stufa poco collaborativa. Il pavimento freddo nelle stanze, e lo stesso umido e bagnato nella sala dove gli inesistenti avventori avrebbero dovuto sedersi. Stranamente non mi venivano mai alla mente le belle giornate estive o primaverili, con quel vento che spazzava ogni nuvola, che permeteva alla vista di arrivare fino al Monte Rosa, da quella cima così isolata e acuta, come il nome ben descriveva fra i paesani. Dovevo sforzarmi per ricordare la prima impressione di magnificenza sentita nel cuore, alla vista, da quella terrazza, di tanto spazio completamente vuoto da costruzioni e cemento.

Ricordavo il giorno in cui me ne ero andato, il giorno in cui avevo posto un punto fermo e una fine, per tentare l’inizio di una nuova avventura. A posteriori quanti errori potevo contare, quante persone deluse, quante lasciate con la consapevolezza di avere a che fare con un matto. Quella nomea di “uno che si stufa in fretta”, già acquisita presto in adolescenza, ma ribadita ancora una volta, proprio quando, forse, qualcuno dei miei parenti se ne stava per dimenticare.

Davanti al cancello di questa ditta mai vista nè sentita, con la speranza che potessi andare bene, con la consapevolezza che così non sarebbe stato, se non per un miracolo. Una sigaretta in bocca, un’occhiata all’orologio del cellulare, perchè quello al polso lo avevo tolto decine di anni prima, inutile e fastidioso accessorio, un accendino con la fiamma a dare fuoco al tabacco. Intanto guardavo l’ingresso di ragazze e ragazzi probabilmente poco più che maggiorenni, più interessati a farsi notare in un gioco di risatine e spintarelle, piuttosto che alla direzione verso cui tornavano, dopo una frettolosa, ma ancora tollerata a livello gastrico, pausa pranzo.

Ero pronto, o forse no, ma oramai avevo attraversato tutta la città, con più di quaranta chilometri in scooter sul raccordo, un’acquazzone preso in pieno e i pantaloni bagnati a metà, la metà scoperta, davanti. Sentivo una gran voglia di girare e tornarmene indietro, in fondo sapevo che non sarebbe stata l’occasione che cercavo, o forse che Anna cercava per sentirsi più tranquilla e con uno stipendio fisso in famiglia, pur basso rispetto a quanto l’avevo abituata. Mentre rileggevo – sfumacchiando e cercando di non mandarmi il fumo negli occhi, per non avere l’aspetto di un piagnucolone sentimentale – l’annuncio di ricerca per quella posizione, pubblicato su Linkedin, lo avevo cercato sul web con le stesse parole chiave. La stessa offerta di lavoro era stata ripresa da centinaia di siti differenti, agenzie e consulenti HR, sparse ovunque. Il sistema assomigliava – ogni annuncio di lavoro sempre di più – a quello delle agenzie immobiliari con le quali avevo lavorato tanti anni prima. Tutte pubblicavano e pubblicizzavano lo stesso immobile, nella disperata speranza di presentarsi al proprietario con una proposta diversa da quella di altri, e decisiva.

Il pensiero di fondo era, tutto sommato, sempre lo stesso. Nelle agenzie immobiliari, con quella modalità, si pensava di essere più intelligenti e furbi di altri, perchè, sempre pensavano il titolare e gli altri di “grande esperienza” che gli giravano intorno, nessun avrebbe potuto architettare un sistema così intelligente. In pratica un dropshipping applicato – all’inizio dei tempi e ancora prima dell’era del web – al settore vendite e affitti di immobili. Nella realtà il proprietario era l’unico ad averne, pur fittizio, vantaggio. L’immobile in questioe era tutt’altro che difficile da rintracciare, e normalmente le agenzie applicavano al già assurdo prezzo di vendita chiesto dal proprietario, un ulteriore ricarico. Una dozzina di agenzie, almeno, avevano dunque in vetrina, e nelle inserzioni pubblicitarie che all’epoca battevano molto più riviste e quotidiani, piuttosto che il web, un’appartamento del valore di 80, che il proprietario aveva in mente di vendere almeno a 100, pubblicizzato a 120. Alla fine i pochi interessati bypassavano chiunque per andare direttamente dal proprietario a proporre 70. E questo, dopo qualche mese di titubanza, finalmente si convinceva del prezzo di mercato dell’immobile e cedeva al prezzo ridotto.

In pratica il sistema aveva solo fatto piazza pulita di quei pochi interessati veri, quelli che forse avrebbero pagato, se non 100, qualcosa in più dell’80 vero valore dell’immobile. Sballottati fra un’agenzia e un’altra, resisi conto che l’immobile fosse sempre lo stesso, si sentivano – giustamente – agnelli davanti al macello, e vedevano l’agente immobiliare come un macellaio che affilava il coltello, piuttosto che un professionista dalla loro parte, come avrebbe dovuto essere, almeno da quanto avevo imparato alle lezioni per il patentino di Agente Immobiliare.

(Continua…)

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