Racconto vince premio Amore e Farmacia

premio - letterario fabrizio malvezzi boffa

Un breve racconto di Fabrizio Malvezzi Boffa ha visto un premio consistente in un buono da 100 euro di prodotti per la dermocosmesi, messo in palio in un concorso aperto a tutti, nella città di Roma, presentato dalla Farmacia Inesi Zelinda, di Piazzale Ionio 46 a Roma, zona Nord piuttosto popolosa e piena di verde.

Per la privacy non sono noti i racconti e i nomi dei partecipanti, ma il vincitore, Fabrizio Malvezzi Boffa, ha voluto regalarci una copia del racconto presentato e vincente.

Speriamo che i nostri lettori lo apprezzino, dimostrandolo anche con qualche commento.

Il racconto, in esclusiva per Lolli Old

Nessuno sarebbe riuscito a preparami per la ventata di brividi davanti allo schermo dell’ecografo, mentre il dottor Baldazzi trascinava avanti e indietro lo scanner sull’addome di Anna. Fino a un momento prima ero concentrato sulla bellezza del suo ombelico, e lo immaginavo paragonato a quello delle statue più famose e marmoree, pur senza che me ne venisse in mente una diversa dalla Venere di Milo. Improvvisamente Baldazzi si era fermato, il manico dell’apparecchio storto nella mano, come a raggiungere un angolo provvisorio, un’immagine istantanea che sarebbe sparita al primo, minimo, movimento dell’avambraccio. “Eccolo” – aveva annunciato felice, rassicurandosi da solo sulle proprie capacità, con un sorriso sulla metà delle labbra – “questo è vostro figlio”.

Il cuore aveva iniziato a battere più forte, facendosi ascoltare addirittura in gola, e sentivo l’alternarsi del mio battito con quello proveniente dal macchinario. Mi sforzavo verso la massima concentrazione, persa ormai l’attenzione per l’ombelico, mentre Baldazzi armeggiava con una palla rotonda, un paio di pulsanti, un tasto verde che a ogni pressione faceva uscire una striscia fotografica, come quelle macchine per le fototessere, in strada.

Vedevo un piccolo essere indefinito – nessuno lo avrebbe in altri momenti definito “vostro figlio” – e guardavo le labbra di Anna muoversi, senza capire bene cosa stesse dicendo a Baldazzi. E lui le rispondeva con la stessa attenta precisione, o almeno così mi sembrava durante i rari istanti in cui rivolgevo lo sguardo verso di loro, distogliendolo dallo schermo in bianco e nero.

Sentivo il corpo pronto a contrarsi come in una nuova sincope, di quelle provate solo durante i mesi di lavoro nella fabbrica di una famiglia mafiosa trasferitasi a Roma, quelli che erano riusciti in due anni a togliermi la forza, la speranza, la visione del futuro e sostituire tutto con una quantità di stress inimmaginabile. La sensazione era solo simile, perché i momenti che precedevano gli attacchi in ufficio, spariti non appena la famiglia calabrese mi aveva finalmente licenziato, non erano accompagnati da alcuna sensazione, solo da una sorta di brividi.

In quell’istante, invece, l’emozione era talmente intensa da potersi quasi misurare, quantificabile pur senza che vi fosse una vera unità di misura per contarne l’estensione.

Attento a leggere e riguardare il referto e le foto stampate dell’ecografia, ero uscito da quello studio senza più sentire l’odore di disinfettanti che invece mi aveva colpito all’ingresso, e non avevo nemmeno salutato la spocchiosa segretaria con le labbra rifatte e gonfie, contornate da un ancora più evidente rossetto rosso sangue.

Immaginavo le labbra fossero un lifting regalatole da qualche medico dello studio, dopo un’avventura serale appena prima della chiusura, consumatasi in fretta su uno dei molti lettini a disposizione, e in cambio del silenzio verso una moglie e dei figli. Avevo provato a immaginarmi Baldazzi, ma non riuscivo a vederlo in un’avventura fugace, o forse cercavo di non immaginarlo ansimante sullo stesso lettino utilizzato per la metà della mia vita, Anna. Incontrata nella sala d’aspetto di una psichiatra, che entrambi frequentavamo senza averne una reale – e personale – necessità, era diventata nel giro di pochissimi mesi l’unica essenza della mia esistenza, lo scopo per cui sarei andato avanti a vivere dopo l’esperienza nella fabbrica dei mafiosi, che mi aveva completamente svuotato e convinto ad abbandonare il mondo in anticipo rispetto ai piani “superiori”.

Poi la sorpresa, quel test di gravidanza positivo a cui non avevo nemmeno voluto credere, che immaginavo fosse uno scherzo come i tanti a cui entrambi eravamo abituati a scambiarci. Mi ero poi convinto solo vedendo ben tre test di gravidanza – gli stessi che si vedono in televisione negli spot che paiono tanto lontani dalla vita media maschile – appoggiati sul lavandino, tutti positivi. E poi qualche settimana era passata rapida, fino all’appuntamento con Baldazzi, e quello schermo pieno di una parte di noi.

I mesi erano volati, ero solo impegnato a cercare una attività seria e continuativa, dopo l’esperienza disarmante dell’anno precedente, e mi ero infine trovato a correre con lo scooter per raggiungere l’Ospedale San Carlo Bufalini, dove Anna si era fatta accompagnare in tutta fretta dai genitori, avvisandomi per strada.

Infine l’esperienza più dolce e intensa, un turbine misto di fitte al costato, testa che girava su se stessa, mani che tremavano solo toccando il pacchetto messomi in braccio, senza che me ne sentissi pronto, dall’infermiera. Avvoltolata in un lenzuolo verde brillante la piccola Emma, nome breve e rapido da pronunciare. Così avevamo pensato nei lunghi mesi di bigliettini estratti, nomi letti su internet, test e storia di ognuno e dei soprannomi collegati, fino a trovare quello che, improvvisamente, ci era sembrato perfetto.

Il panno verde sembrava per nulla morbido, ero preoccupato che potesse in qualche modo infastidire o graffiare la pelle così liscia e ancora coperta di una patina biancastra, di quella persona che era finalmente arrivata nella vita di Anna e mia.

La sensazione che mi aveva circondato, e non mi lasciava vedere altro se non quel piccolo fagotto, anche dopo che me lo avevano tolto per le pulizie e le misurazioni di rito, era solo lontanamente simile a quella che provavo per Anna, che pure era l’unica che avrei potuto immaginare definire amore, amore reale e non romanzato. Tutta la vita era improvvisamente cambiata, e quel piccolo esserino, per ora indifeso, bisognoso di un abbraccio e di una coperta, aveva riempito in una frazione di secondo ogni piccolo vuoto, senza che immaginassi ce ne fosse bisogno. Emma era l’amore, in quel momento mi ero davvero reso conto di quanto la vita fosse, finalmente e senza che lo avessi programmato, diversa. Niente altro sarebbe più esistito, al mondo, non avrei visto altro che gli occhioni chiari di Emma come obiettivo per ogni passo e sforzo, per il resto della vita. Ora – soltanto – ero sicuro di aver scelto la strada giusta, senza interrompere la mia vita, tanto tempo prima.

Emma – a partire da quel breve abbraccio – lo aveva confermato, con tutta l’inaspettata forza dell’Amore.

di Fabrizio Malvezzi Boffa

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